I
Gaza 2005 - Medioriente possibile:
Gerusalemme,
11/ 9/ 05.
La
notizia inizia ad attraversare i vicoli storici della città:
Ariel
Sharon ha imposto la sua linea di governo, i coloni lasceranno gli
insediamenti,
l' esercito consegnerà il controllo della striscia costiera
di
Gaza all' ANP.
Per
i coloni che lo stesso Sharon aiutò è un alto
tradimento.
Per
la propaganda integralista si tratta di un successo della lotta armata.
Per
alcuni analisti politici si tratta di un' atto legato alla crescita dei
costi
che
negli ultimi anni ha fatto registrare il controllo dell' area.
Per
il Likud dello stesso Sharon è una ignavia che sottrae
territorio ad
Israele
ed espone il paese ad attacchi maggiori.
Il
dato incontrovertibile è che un uomo dal disordinato passato
come
Sharon
si trova per mano le redini della risoluzione di un problema
storico,
tutta l' esistenza stessa di Israele dal 1948 ad oggi è
segnata
dal
perenne conflitto con i Palestinesi.
Un uomo, Sharon,
passato da grandi successi ad ombre terribili sul
terreno
militare, ma sempre in prima linea nella storia Mediorientale.
Nonostante
tutto è sempre riuscito a rientrare al potere, presentandosi
con
un volto da padre di famiglia su temi tanto vitali nella politica
interna,
temi
come la sicurezza.
Quando
nel 1994 Arafat rientra da eroe dopo 27 anni di esilio in Egitto,
Sharon
conquista consensi bollando il ritorno del suo avversario come
fattore
di estrema gravità ed instabilità per la
sicurezza del paese.
Sè
con la morte del premio Nobel per la pace Rabin (1995) scompare
un'
opportunità di pace, anche gli anni del laburista Barak non
risolvono
la
questione.
Sharon
torna dunque al comando con i medesimi problemi irrisolti dopo
la
parentesi laburista di fine anni '90.
La
situazione interna è articolata, l' ANP non ha il controllo
delle varie
sigle
terroristiche che imperversano nei territori, ciò
dà modo ad Israele
di
perseguire ad oltranza la sua sanguinosa avanzata.
Iniziano
gli omicidi mirati, mai lo Shin Beth (Intelligence interna)
lavorò
tanto
in sinergia con i vertici militari per eliminare esponenti dei vari
gruppi
armati.
Spirali
di odio, morte e miseria che si susseguono senza sosta.
Con
la svolta di Gaza si muovono anche notorie pedine esterne, l' Iran,
primo
finanziatore della guerriglia Palestinese, capisce che il vento spira
verso
nuovi orizzonti.
Sè
prima vi era interesse a mantenere uno stato di guerra permanente
contro
la stella di David, adesso la manovra non è più
possibile.
Il
nuovo presidente dell' ANP Abu Mazen non si piega come il suo
predecessore,
al contrario, condanna la violenza dei gruppi integralisti.
Da
parte sua Sharon con tale apertura tende la mano all' ANP per
intraprendere
un dialogo più volte interrotto: la Road map, il piano di
pace
costituito
dal quartetto USA, UE, Russia e Onu.
Un
piano che prevede la costituzione di uno stato indipendente
Palestinese
con capitale Gerusalemme, entro confini certi da delinearsi.
Da
parte sua l' Iran alza il tiro dell' antisionismo minacciando
direttamente
Israele,
si ritroverà isolato.
Quantomeno
potrà trattare con la comunità internazionale la
questione
del
nucleare, materia a Teheran di notevole rilevanza strategica.
L'
Iran sà bene fino a che punto tirare la corda, tra i primi
produttori di
greggio
del pianeta, detentore di una tra le più vaste risorse
carbonfossili
dell'
area, ha la facoltà di limitare la produzione abituale di
barili
influenzando
così i mercati internazionali, facendo lievitare il costo
dell' oro
nero,
con gravi ripercussioni sulla nostra economia.
Ragion
per cui fin' ora l' Onu non ha intrapreso risoluzioni che prevedessero
sanzioni
formali contro Teheran.
Il
Medioriente è dunque una polveriera sempre pronta ad
esplodere, sè
Sharon
si ritrova a contenere le mire dell' Iran, dal lato Libanese ottiene per
tutta
risposta l' attacco del movimento sciita degli Hezbollah, anch' essi
tutelati
da Iran e Siria, quest' ultimo, primo paese ad esercitare la sua
influenza
su Beirut.
Un
regime ancora oggi in azione, nonostante la dipartita dell' esercito di
Damasco
dal Libano.
Israele
è dunque agli occhi della sua cittadinanza un paese in stato
di
guerra
permanente, dove la sicurezza muove l' ago del dibattito politico e
determina
spesso maggioranze governative.
Uno
dei fattori su cui l' ala nazionalista del Likud ripone il suo potere
politico.
Se
la svolta di Gaza getta cattiva luce su Sharon in seno al partito,
avanza
la
posizione di Netanyahu, suo diretto avversario nella corsa alla guida
del
Likud.
Ma
la pace viene prima di tutto, Sharon sà di poter essere l'
interprete di un
momento
storico ed a sorpresa scioglie il governo.
Nasce il Kadima,
formazione politica centrista.
Anche
il laburista Peres coglie la svolta storica e riconosce che il vero
cambiamento
è maturato nel Likud e non nel Labour party.
Aderirà
al Kadima, non può mancare.
Ma
l' equilibrio interno di Israele è fragile, la questione
sicurezza irrompe
ogni
giorno nel dibattito politico, i gruppi integralisti riprendono ove la
situazione
lo consente gli attacchi suicidi contro israele.
Il
Likud rischia di assorbire consensi, benchè i sondaggi
osservino il
contrario.
Sharon
punta dunque attraverso una soluzione centrista a riunire in un punto
di
equilibrio tutte le vertenze:
Prosecuzione
degli insediamenti in Cisgiordania per tenere a bada l' influenza
del
suo ex partito, la costruzione del muro di sicurezza per i cittadini
(Partita
da
tempo) e, sopratutto, la pace con il popolo Palestinese, elemento su cui
premono
i Laburisti.
La
diplomazia Israeliana presenta quindi una ulteriore carta vincente:
Cede
il valico di Rafah all' ANP (Dicembre 05).
La
porta principale dei territori tra l' ANP e l' esterno.
Il
controllo del valico sarà anche gestito da osservatori
internazionali, significa
tagliare
le gambe al pretesto che in caso di eventuali attacchi ad opera di
formazioni
integraliste, Tel Aviv possa rispondere con rappresaglie militari
contro
i Palestinesi.
Vi
sono quindi tutti i presupposti per riuscire nel piano di pace e
conferire al
popolo
arabo la sua giusta indipendenza.

2006 - Il crepuscolo di Sharon:
Gerusalemme
- 4 Gennaio 2006.
Sharon
viene colpito da un' emorragia cerebrale, quale che sia l' esito medico
della
vicenda, il leader appare ormai fuori gioco nel gravoso compito di guidare
il
Kadima verso un sicuro successo elettorale.
Il
futuro appare quindi incerto e colmo di incognite.
Chi
sostituirà Sharon ai vertici delle trattative di pace?
Le
conseguenze saranno senza ombra di dubbio pesanti, Likud e Labour
Party
tornano tuttavia prepotentemente in testa nelle chances di ottenere
migliori
risultati alle prossime politiche, scavalcando dunque il Kadima,
fortemente
identificato nella figura di Sharon.
URN
Sardinnya

Democrazia Mediorientale:
Gerusalemme, 26 gennaio 2006.
Sharon, costretto dalla malattia all' esilio dalla scena politica, non
conosce
inerme gli sviluppi che stanno interessando l' evoluzione della
situazione
Mediorientale.
Mentre al Kadima si susseguono le voci di un possibile approdo di
Peres, la
guida del paese è nelle redini di Olmert, primo ministro
sostituente Sharon.
E' in questo giorno che le elezioni Palestinesi vedono aggiudicarsi la
vittoria
della formazione di Hamas contro l' ala di Al Fatah, persino l'
intelligence
di Tel Aviv stavolta ha fallito, che prevedeva di misura una vittoria
dell' ala
moderata espressa da Abu Ala.
Saranno 76 i seggi con cui Hamas rivendicherà la guida dell'
ANP e 43 ad Al
Fatah.
Un autentico terremoto politico, Israele come prevedibile si chiama
fuori dal
confronto politico con Hamas ed il mondo diplomatico internazionale
esprime
dubbi e preoccupazioni circa il futuro delle trattative di pace.
L' amministrazione Bush si dichiara immediatamente "indisposta" alle
trattative con Hamas e rivendica la necessità di non
stabilire alcun rapporto
di interlocuzione con chi disponga di una struttura armata, il
presidente USA
afferma:"Non si può essere partner di pace se si ha una
piattaforma di
violenza".
E mentre il governo di Abu Mazen rassegna le dimissioni, si intuisce
chiaramente che i finanziamenti esteri alle casse dell' ANP sono a
rischio.
Naturalmente gli Stati Uniti si guarderanno bene dal sostenere per via
economica i conti di chi, come Hamas, dispone di ingenti finanziamenti
esteri terzi (Iran), grazie ai quali ha potuto ottenere una lauta
vittoria presso il
popolo Palestinese.
Ma la democrazia è anche questo: Tessere una struttura
sociale nel proprio
territorio con cui avanzare e sviluppare il consenso di chi ha operato
per
crearla, in questo caso Hamas.
La tecnica maestra
attraverso cui si sviluppa il consenso politico, una tecnica
ignota al nostro indipendentismo in Sardegna (Vedi sezione L' opinione:
Punto
6,
Assenza di strumenti politici).
O non possiamo neppure
ingenuamente credere che Hamas abbia trovato
sugli alberi i finanziamenti per armare le sue milizie e costituire nel
territorio
dell' ANP la sua strumentazione politica.
Essi devono
riconoscere Israele come presupposto per il dialogo.
Dal canto suo, Teheran, con le
sue manovre estere, ha il preciso obiettivo di
tenere lo status quo, uno stato di guerra permanente che la presenza di
Hamas dovrebbe garantire, portando al
declino i negoziati per l' attuazione
della Road map.
L' Iran teme da sempre la stabilità nella regione, una
democrazia ai suoi
confini genererebbe il collasso del suo potere teocratico
poichè porterebbe
ad una spinta riformista in seno alla nazione Iraniana.
Una spinta che non sarebbe in grado di contenere.
Purtroppo le condizioni per la pace si allontanano, ciò non
può che essere
fonte di disapprovazione anche per il popolo Sardo.
Non ci sentiamo di esprimere apprezzamento per chi, nella sua battaglia,
come i vertici di Hamas, utilizza dei bambini come formula di
educazione
"antiebraista".
URN Sardinnya
II

Geopolitica ed Irak:
Casa Bianca - Washington, gennaio 2006.
Il presidente G. W .Bush nel suo abituale comunicato radio
alla nazione richiama la responsabilità come elemento di
sicurezza circa la presenza dell' esercito USA in Irak e dei
suoi alleati.
Nel farlo, predica un sermone che unisce richiami apocalittici
di derivazione religiosa.
Non stà parlando solo all' America, stà parlando
al suo
elettorato, quella parte di America puritana, sudista,
repubblicana e conservatrice.
Quel tipo di elettorato che ha garantito il suo secondo mandato
al vertice di una superpotenza in declino, costretta a ricorrere
alla guerra come mezzo di sussistenza per garantirsi un
futuro dignitoso nel confronto con il gigante asiatico: La Cina.
Che il petrolio fosse una delle motivanti principe della
campagna Irakena era noto.
Ma è anche una zona fondamentale strategica in vista
dell' espansione cinese.
Pechino negli ultimi anni con la sua entrata nel W.T.O. è
divenuta da esportatrice a importatrice di greggio, una delle
prime cause che ha determinato l' aumento del costo del
petrolio sui mercati, con le conseguenti ricadute economiche.
Questa progressiva espansione ha oscurato più che mai i fasti
diplomatici internazionali di Taiwan, con una Taipei sempre
impegnata in un cammino verso l' indipendenza.
"La guerra preventiva" lanciata da Bush come arma a tutela
della democrazia USA non è altro che una guerra di
investimento per il futuro a tutela degli interessi Americani.
Non più un mero strumento per muovere l' economia come in
epoca coloniale, al contrario, nel breve termine si produce
solo recessione ed instabilità dei mercati.
Anche la guerra andrà in pensione, all' alta finanza non
occorre più questo strumento.
Del petrolio Irakeno ne godrà anche l'ENI, più di
quanto si
pensi, la dottrina Blair ha fatto discepoli:
Il miglior modo per condizionare gli USA non era chiamarsi
fuori dal conflitto, ma esserci.
Per poter negoziare la miglior quota di approvvigionamento
sulla base della quantità di presenza militare dislocata.
Roma non ha perso tempo, quale sistema migliore per ridurre
la dipendenza energetica dalla Francia?
Naturalmente Parigi ha ingoiato il rospo ma mandando all' aria
il lavoro del semestre di presidenza italiana UE.
Ha gioito il teatrino politico italiano, legna da ardere per la
sinistra italiana che ha lanciato una campagna sulla presunta
inettitudine di Berlusconi in ambito di politica estera.
Mentre Prodi ha ancora incollato il guinzaglio francese al collo.
Del resto, senza l' appoggio francese non avrebbe mai
presieduto la Commissione UE.
Ed il popolo iracheno?
In un' altro mondo.
Che ne sanno dei bambini, delle donne e degli uomini che
bruciano per le strade?
Sono numeri.
Statistica.
Anche Londra ragiona in termini empirici sulla testa del popolo
iracheno, il Regno Unito non perde occasione per rifarsi dei
fasti perduti di epoca coloniale.
Una guerra che si poteva evitare, salvando tante vite.
Gli iracheni non patiscono solo il terrore di una guerra, ma
anche lo spettro della guerra civile.
Lo storico nemico Iraniano anche in questa vicenda non ha perso
tempo, replicando la tecnica già adottata in Palestina contro
Israele: Inasprire la guerriglia di liberazione.
Ma lo scopo è un' altro.
Il regime di Teheran governa un paese sciita, sempre prossimo
ad una spinta riformista, una spinta riformista che preme per la
democrazia.
E con la democrazia, tale teocrazia perderebbe il suo potere.
Un vicino democratico come l' Irak con una marcata componente
etnica sciita si rifletterebbe sull' Iran scatenando a macchia d' olio
la pressione popolare per la democrazia.
Ne consegue che il vero obiettivo della guerriglia di "liberazione"
non sono tanto gli americani ma gli sciiti iracheni.
Basta un' attacco per provocare 2 morti americani e 20 sciiti
iracheni.
La vera guerriglia di liberazione ha un nobile ideale, non passa il
tempo a girare filmini di esecuzione mandati in onda solo in
occidente.
Sono un messaggio alla nostra pubblica opinione.
Come gli attentati di Madrid.
Il terrore è un'arma di condizionamento politico di rilievo.
In Spagna orientò una sicura vittoria dei Popolari di Aznar
a favore
del socialista Zapatero.
Perchè rimuovere i militari dalla situazione corrente in
Irak significa
per l' Iran consentire il solito stato di guerra civile che minerebbe le
basi dell' affermazione di un governo democraticamente eletto a
Baghdad, con tutti i vantaggi per Teheran.
La guerra è stata un grave errore.
Ma l' affluenza dei votanti alla costituente irachena ha dimostrato
una società che sà sfidare il fuoco incrociato di
forze più grandi di
loro.
La democrazia ha prevalso su tutto, fin' ora, la formula di governo
del popolo più avanzata mai creata dall' umanità.
Data l' evoluzione del contesto, è quindi un bene che
rimanga una
presenza militare sulla base di una risoluzione ONU, quale l' ultima
vigente, onde garantire la sicurezza del paese finchè non
sarà
autosufficiente.
Questa è la responsabilità paradossale che la
storia ci consegna,
un mondo cinico, provocatore di morte e miseria.
Ma anche un mondo che si batte affinchè da quel cinismo
nascano
nuove democrazie.
La politica estera ha dunque raggiunto livelli di sofisticazione mai
espressi prima.
Come ricorderanno i posteri questi leader politici?
Criminali o benefattori?
Lasciamo la risposta al popolo iracheno...
Visiona
filmato
(Wmv) elezioni Irak - Avvento della Democratzia.
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filmato (Wmv) dell' attacco USA ad insorti Fallujah.
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(Wmv) attacco elicottero Apache su guerriglieri Irak
Visiona filmato
(Mpeg) delle forze internazionali durante l' addestramento del
nuovo
esercito Irakeno (Fonte: Dipartimento della Difesa - Australia) .
URN Sardinnya
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